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Sono figlia di italiani

Pubblichiamo una lettera di un nostra concittadina italo-venezuelana in risposta ad un articolo redatto dall'Ass. culturale PuntoRosso, vicina ad Attac e, naturalmente vicina a quel mondo no global, che si vanta di essere il protettore dei deboli. In rosso (non poteva essere altrimenti) le parti dell'articolo.

Signori del Punto Rosso: Sono figlia di italiani nata in Venezuela. Mio padre, veneto di nascita, è arrivato nel dopoguerra a quel paese che mi sembra pochi di voi conoscete, ma che però pensate di poter parlarne con autorità. Io sono nata là, mio padre è morto là, penso che è nel vostro interesse di ascoltarmi.

FORUM MONDIALE DELLE ALTERNATIVE LA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA DEL VENEZUELA, SEGNO DI CONTRADDIZIONE PER L'EUROPA E PER GLI EUROPEI
Si sta consumando, nell'indifferenza e nel silenzio del mondo, un crimine contro l'umanità: il soffocamento della speranza dei poveri, rappresentata in Venezuela dalla rivoluzione bolivariana e dal presidente Chávez.

Il silenzio che avvolge e nasconde questa battaglia è dovuto in larga misura alla complicità dei mezzi di comunicazione di massa, del Venezuela e del mondo, controllati dal capitale nazionale e transnazionale, che presentano della situazione un'immagine rovesciata, secondo cui un popolo oppresso si starebbe ribellando ad un presidente violento e repressivo. Fino a poche settimane fa’ i mezzi di comunicazione italiani facevano riferimento soltanto ai comunicati della Venpres, cioè l’agenzia ufficiale d’informazione del governo venezuelano. Rileggete le informazioni e le notizie dei mesi scorsi nella televisore e nei giornali; vedete sopra, all’inizio del testo, cosa dice?: Venpres. Ecco, come mai potete parlare di complicità dei mezzi controllati da capitale nazionale e transnazionale…ecc?

Ma vi è un motivo più profondo di questo silenzio. Mentre nei confronti dell'Afghanistan o dell'Iraq è possibile fornire all'aggressione, di fronte all'opinione pubblica, un'apparente giustificazione, nessuna giustificazione gl'impresari venezuelani ed i loro complici gli Stati Uniti possono fornire alla loro aggressione. Anche quando i manifestanti antichavisti gridano rabbiosamente per le strade "che se ne vada! Che se ne vada il contadino!" non riescono mai a dire perché. Manifestanti: meno male che avete usato questa parola, perché manifestare non vuol dire essere golpisti, bensì manifestare e marciare pacificamente anche se, nascosti da qualche parte, ci sono cecchini disposti ad ucciderti. Sicuramente ricordate i morti nelle manifestazioni di aprile e dicembre dell’anno scorso, ma su questo siete stranamente “silenziosi” anche voi. - “…il contadino”: questa parola invece non la capisco. Forse voi la usate spesso nei vostri manifesti, ma il traduttore ha certamente sbagliato. “Campesino” (o qualsiasi sinonimo) non è mai stata utilizzata nei gridi rabbiosi dei manifestanti. Attenzione allora a non inventare cose, mettete in pericolo la vostra credibilità. - “Non riescono mai a dire perché:” sì che ci riescono! Il fatto è che persone come voi non ci ascoltano, che è una cosa assai diversa. Non è il momento di elencare i perché (sono troppi ed era il vostro dovere informarvi prima di scrivere una frase del genere). Ma per curare il vostro problema di sordità vi riferisco a alcune fonti internazionali (nessuna di queste appartiene ai capitalisti golpisti e rabbiosi del Venezuela), leggete i rapporti della OEA (Organizzazione di Stati Americani), dell’Human Rights Watch, della Commissione Interamericana di Diritti Umani, della ICFTU (International Confederation of Free Trade Unions), della Global Unions, delle Associazioni di Italiani in Venezuela e nel mondo, infine, le lettere dei vostri sindacati CISL e CIGL. Ci sono degli altri, ma vi lascio intanto con questo compito, d’informarvi e di leggere questi rapporti, visto che non l’avete fatto prima di osare a parlare.

Mentre infatti l'Iraq rappresenta apparentemente una minaccia, il Venezuela non minaccia nessuno, ma è minacciato esso stesso all'interno e all'esterno. Mentre Sadam Hussein può essere a buon diritto denunciato come dittatore, Chávez è un presidente democraticamente e ripetutamente eletto; è un presidente amato dalla maggioranza, che una vasta insurrezione popolare ha liberato dalle mani dei golpisti. Bisogna essere ciechi per non vederlo. Le minacce alla democrazia vengono solo dagli aggressori. Infatti, per dire certe cose bisogna essere non solo ciechi, ma anche sordi. È evidente che non avete mai ascoltato le arringhe periodiche (quasi giornaliere) di Chavez e il suo discorso aggressivo e istigatore di violenza. Guarda caso, Chavez obbliga a trasmettere questi discorsi a tutti i canali (non solo quelli dello stato) sotto pena di abbattere il segnale ai canali che non compiano quest’ordine. Allora, spiegatemi, come funziona in questo caso il discorso della libertà di espressione? Vi lascio un altro compito: in questo sito (http://www.eluniversal.com/archivo/documental/, sezione Alò Presidente) troverete le trascrizioni dei discorsi di Chavez, leggeteli e poi spiegateci chi è che fa le aggressioni.

Ma anche se i manifestanti antichavisti e i loro complici imperiali non osano fornire una giustificazione della loro condanna, per i venezuelani queste ragioni sono chiare: * Se ne vada perché è spudoratamente schierato dalla parte dei poveri del paese; perché proclama i diritti degli indigeni e delle donne; perché colpisce temerariamente gli interessi dei miliardari. - I poveri nel venezuela sono aumentati durante gli anni del suo governo. Mentre Chavez e i suoi hanno ricevuto la bellezza di (mi pare che voi amate i numeri e vi piace tanto fare i conti, eccovi allora una cifra) 120 miliardi di dollari dalla statale petrolifera. Dove sono andati quei soldi?: sicuramente non ai poveri che lui tanto ama. - I diritti delle donne? Questa è una nuova. Andate a parlare con la ex-moglie e con le madri dei suoi figli. Chiedeteli perché non stanno più con lui.

* Se ne vada perché è egli stesso di origine popolare, ed è quindi un intruso nelle sfere del potere. * Se ne vada perché ha la pretesa di nazionalizzare le ricchezze petrolifere del Venezuela, per metterle al servizio di tutti, invece di lasciarle nelle mani dei legittimi proprietari, i ricchi del paese ed i loro alleati imperiali. Non è possibile che continuate a diffondere queste menzogne così spudoratamente. Siete disinformati o volete disinformare? Nel 1975 il petrolio è stato nazionalizzato, ciò comporta che il governo venezuelano ha assoluta potestà relativamente all’estrazione, la raffinazione ed il trasporto di idrocarburi in tutto il territorio nazionale. L’organo incaricato di queste attività è il PDVSA, compagnia proprietà dello stato che, fra le molte altre funzioni, ha anche quella di operare la raffineria di Paraguanà, il più grande centro di raffinazione al mondo. Ma siete coscienti che questa manipolazione dell’informazione sconfina nell’illegalità della diffamazione?

* Se ne vada, perché è amico di Cuba ed inviso agli Stati Uniti. Ma se queste sono le vere giustificazioni di quella mobilitazione, allora, per l'Europa in costruzione, sarebbe una gravissima responsabilità storica, tacere di fronte a questo crimine. Sarebbe un atteggiamento imperdonabile di complicità e di servilismo nei confronti del grande fratello. Sarebbe il segno evidente che l'Europa in costruzione è incapace di proporre al mondo, oltre una nuova moneta, un nuovo ed autonomo progetto di civiltà; che l'Europa non appartiene al mondo nuovo in costruzione ma alle rovine del vecchio disordine imperiale. Perché la rivoluzione venezuelana è per noi un segno di contraddizione, che impone all'Europa di prendere partito e di rendere chiaro a se stessa ed al mondo il suo progetto di civiltà. Ma la rivoluzione venezuelana non è solo un segno di contraddizione per l'Europa in generale; lo è anche per ciascuno degli europei e per ciascuna delle europee.In effetti, per ognuno ed ognuna di noi schierarsi in questa battaglia cruciale significa decidere se, nel presente contesto geopolitica, siamo dalla parte dell'impero o dalla parte dei popoli e della loro autodeterminazione; se siamo dalla parte delle minoranze privilegiate o delle maggioranze emarginate; se siamo per un mondo lacerato da lotte fratricide o per un mondo animato dalla solidarietà liberatrice. Quanto dire che schierarci nei confronti del dramma venezuelano non è per noi solo una scelta politica e geopolitica: è anche una scelta di vita. Questo è vero: ognuno è nel suo diritto di fare le sue scelte (al meno qua in Italia, anche se non più in Venezuela), ma prima fatte i vostri compiti, informatevi, e per piacere, non diffondete menzogne.

Silvia Consolini

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