PACIFISMO, REALTA' DIFFICILE…

Con il termine "pacifismo" si indica una dottrina che proponga l'abolizione della guerra come pure il movimento che diffonda tale dottrina e cerchi di promuoverne l'attuazione. Il pacifismo esiste da secoli in varie forme, ma la sua maggiore diffusione si è avuta nell'era contemporanea, in analogia con il crescere del rapporto tra masse e politica.

Al di là della protesta di piazza, spontanea o organizzata che sia, la naturale evoluzione di questa dottrina dovrebbe risiedere nel cosiddetto pacifismo giuridico, tendente a vedere la possibilità della pace nella risoluzione dei problemi interni degli Stati e nella regolazione delle controversie internazionali attraverso organismi internazionali.

Il pacifismo si è altresì spesso incrociato con grandi movimenti o fenomeni di massa quali la contestazione giovanile, la lotta per i diritti civili negli Stati Uniti o quella per l'autodeterminazione di diverse nazioni mondiali. Un discorso sulla natura e sui propositi dell'idea pacifista è sempre stato, e ancor più lo è oggi, condizionato dall'identità e dai reali obiettivi di chi la pratica o, meglio, sostiene di praticarla.

Inoltre va detto che parole del genere possono facilmente risultare funzionali all'interesse di raccogliersi in vasti gruppi sociali, i quali potrebbero poi tornare utili al fine di operare determinati condizionamenti nei confronti della politica "ufficiale". Il pacifismo cui occorre assistere in queste settimane, sebbene espressione in ogni caso di una minoranza (né, per come si presenta, potrebbe essere altrimenti), vive appunto dell' ambizione di rappresentare "la" società, o meglio di rappresentarne la parte sana e democratica, quella schierata, in contrapposizione a una piccola cricca di guerrafondai sanguinari circondata di un preteso mare di incomprensione o indifferenza, del quale essa si alimenterebbe. I convincimenti manichei che di tutto ciò sono alla base paiono assai simili a quelli di chi ha portato in piazza tre milioni di persone con in testa l'idea che si stesse attentando ai diritti dei lavoratori (soprattutto di quelli iscritti a certi sindacati) oppure di chi insiste nello stracciarsi le vesti di fronte alla paventata minaccia della globalizzazione esaltandone i soli lati negativi.

Se dunque il pacifismo attuale mostra caratteri arbitrari ed egoisti, parendo dominato da quella che potremmo definire un' ansia di contrapposizione (la quale si rinviene nella esposizione a macchia d'olio di bandiere multicolori dai balconi, a mò di santini, come se ci fosse il bisogno spasmodico di far sapere a tutti che si sta da quella parte), ancor più i suoi limiti si notano quando si esaminano le implicazioni politiche di questo movimento. Già il pacifismo soffre di un rapporto di amore-odio ne confronti della società occidentale, ma la demarcazione si fa ancora più netta qualora sia possibile servirsene per certi piccoli risvolti, come attaccare gli Stati Uniti ed i valori ad essi associati, oppure anche le istituzioni di un paese come l'Italia, meglio ancora se questo è governato da una maggioranza di Centrodestra (malgrado chi la dirige abbia chiesto che il conflitto abbia luogo solo dietro una risoluzione delle Nazioni Unite).

Poiché il punto è proprio questo: costituire un vero movimento trasversale pacifista è pressoché impossibile, esso verrà sempre monopolizzato da determinate forze che agiranno poi in funzione del momento. Per comprendere le intime contraddizioni in cui il pacifismo, o meglio un certo pacifismo, versa, si può ricordare che esso sta facendo il gioco di un dittatore il quale ha sterminato negli ultimi anni decine di migliaia di Curdi. Proprio quei Curdi verso i quali, all' epoca dell' indesiderato soggiorno in Italia del loro messia Ocalan, la sinistra mostrò così tanta sollecitudine.

Né andrebbe dimenticato che la guerra del Kosovo è stata voluta da un presidente proveniente dal partito democratico ed appoggiata da un governo di Centrosinistra di cui facevano parte esponenti politici che qualche settimana fa si sono trovati in piazza a protestare. Dire infine di non stare "né con Bush né con Bin Laden" potrebbe avere un senso se ci fosse una terza alternativa. Certo potrebbe esserci in rapporto a Bush, ma in rapporto al terrorismo? Anche in Israele, unico esempio di democrazia mediorientale, la gente aveva molte possibilità di scelta…ma alla fine ha voluto Sharon, che fa rispondere il suo paese nell' unico modo in cui esso deve ormai rispondere.

Giocare a tirarsi fuori significa lasciare ad altri la responsabilità di operare delle scelte e avere, poi, indipendentemente da come vada a finire, qualcuno a cui dare la colpa. Se dunque si può, e anzi è lecito, discutere dell'opportunità di scatenare una guerra, se è più che sensato esaminarne le conseguenze di ordine strategico e anche umanitario, la cosa diventa perfettamente inutile quando è rivestita di un moralismo di facciata che tradisce tanti, e forse troppi, punti incerti.

Occorrerebbe piuttosto non derogare da quel carattere "evolutivo" del pacifismo di cui si è parlato e che, naturalmente, deve tradursi in una politica organica da parte delle Nazioni Unite. Tenendo però presente che, sebbene di per sé la guerra possa essere quel che si vuole follia, violenza, distruzione- la nostra epoca presente non ci offre, purtroppo, ancora la certezza che sempre e comunque si possa farne a meno.

Gianfranco Pizzella


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