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Il Paese vuole la devoluzione Riportiamo per intero il discorso sulla devoluzione, tenuto dall'on., ministro per le riforme, Umberto Bossi, sul più importante tema politico per il futuro dell'Italia. La-politica.net ne condivide i concetti portanti e la forza filosofica dell'identità nella diversità come unico strumento alla generalizzazione globalizzatrice. Il seme della Devoluzione farà crescere un grande Paese. Ho sentito i vostri interventi e devo dirvi che molte delle vostre "argomentazioni", nella sostanza, sono sovrapponibili quasi perfettamente, a quelle che alla fine degli anni ’60 venivano sostenute strumentalmente dai parlamentari e dai partiti contrari alla creazione del sistema delle Regioni. Essi dicevano: "Si disintegrerà l’Italia", eccetera, eccetera. Ma poi l’Italia non si è disintegrata. Semmai le Regioni da sole non sono bastate a fare un’Italia migliore. Regioni con poche competenze, senza finanza propria, non sono bastate a salvare il Paese dall’irresponsabilità diffusa conseguente alla riforma fiscale Visentini, quella che ha accentrato tutto il potere fiscale nelle mani dello Stato, azzerando l’autonomia impositiva degli Enti Locali, che sono stati trasformati in centri di spesa senza un preciso dovere-potere impositivo. In questo modo la riforma Visentini, sbandierata come portatrice di una riduzione delle tasse, si è capovolta e ha ottenuto l’esatto contrario degli effetti e dei risultati che si volevano raggiungere. E naturalmente lo Stato è diventato l’intermediario dei flussi di ricchezza del Paese. E’ proprio questo il risultato cui ambivano i partiti che sostennero la riforma Visentini. Ma intanto era avvenuto un fatto molto importante: la scissione tra il potere impositivo, riservato allo Stato, e il potere di spesa degli Enti Locali. Si trattava di un fatto che preannunciava quello che sarebbe avvenuto, di lì a poco: il passaggio dalla spesa pubblica al debito pubblico. Ebbene, il catastrofismo di oggi sulla Devoluzione e sul Federalismo, è identico a quello brandito contro la riforma regionale nel 1970. E oggi, così come allora, ancora una volta il catastrofismo è solo strumentale. Dicono: venti sanità, venti organizzazioni scolastiche, venti polizie locali, un dramma. Certo, venti, venti, venti. Proprio quante sono le Regioni. Negli STati Uniti, ad esempio, ce ne sono non solo venti, ma oltre cinquanta, eppure l’America ci supera, ci "bagna il naso" in tante cose. E non mi pare che sia mai stata sul punto di disintegrarsi... Il secondo argomento agitato in questi giorni contro la Devoluzione sostiene che essa che porterebbe allo scontro tra Nord e Sud. Anche questo è falso. La Devoluzione non stimola lo scontro tra Nord e Sud, ma provoca l’esatto contrario poiché impone la necessità di gestire la cosa pubblica - sia al Nord che nel Meridione - con un identico grado di responsabilità. La Devoluzione, inoltre, non tocca la solidarietà che è legata all’art. 119 della Costituzione e non alle competenze esclusive delle regioni, competenze che riguardano il disegno di legge in esame e il 4° comma dell’art. 117 della Costituzione. E la Devoluzione non tocca neppure i livelli essenziali delle prestazioni riguardanti i diritti civili e sociali, che devono essere ovviamente garantiti su tutto il territorio nazionale. In particolare: il diritto alla salute (articolo. 117 della Costituzione, 2° comma, lettera M); il diritto all’istruzione (lettera N); l’ordine pubblico e la sicurezza (lettera H). Non solo questo: il disegno di legge in esame lascia intatta anche la considerazione per i principi contenuti nella prima parte della Costituzione, in particolare per quanto riguarda il principio di eguaglianza per il diritto alla salute (art. 32) e per il diritto allo studio (art. 33). Non può che essere che così, per la semplice ragione che le materie della Devoluzione sono aggiuntive e non sostitutive. Quindi quello che c’era già prima nel campo dei diritti fondamentali e delle competenze dello Stato, resta anche dopo la Devoluzione. Devo dire che, inizialmente, il testo della Devoluzione era costituito da un secondo articolo che faceva salva la competenza legislativa esclusiva dello Stato relativa alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti il diritto alla salute (che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale), alle norme generali sull’istruzione, all’ordine pubblico e alla sicurezza nazionale. Poi fu suggerito dall’...alto di non mettere nella riforma cose ultronee. Adesso invece, qualcuno, come il sen. D’Onofrio, sostiene che sarebbe auspicabile rimettere il secondo articolo, inutile per la sostanza, come "bandiera" per l’opinione pubblica. In realtà le considerazioni dell’opposizione che ho ascoltato finora, sono state solo strumentali. Lo dimostra il numero enorme degli emendamenti e la pretestuosità della gran parte di essi. Tutto ciò dimostra che lo scopo dell’opposizione non è quello di una normale dialettica parlamentare, ma è teso ad un ostruzionismo che mira soltanto a ritardare l’espressione della volontà del Senato. C’è da chiedersi quale rispetto di questa Assemblea, abbiano coloro che hanno proposto emendamenti che riguardano il rilascio della licenza per l’esercizio del mestiere di fuochino, di istruttore di tiro, o di saltimbanco. Oppure coloro che vorrebbero che un articolo della Costituzione facesse riferimento ad un Decreto legislativo o ad una legge ordinaria. Anche nell’ostruzionismo vi sono regole che devono essere rispettate da tutti. La prima è quella di non gettare il ridicolo sui lavori del Parlamento! Se gli emendamenti proposti dall’opposizione si limitassero allo scopo di ritardare l’approvazione del disegno di legge, non vi sarebbero molte novità rispetto al passato. Ma qui ci sono illustri esponenti della minoranza - che ebbero un ruolo di primo piano nella formulazione e nell’iter parlamentare della riforma costituzionale - che propongono emendamenti tali da rappresentare una sconfessione non della riforma dell’art. 117 della quale stiamo oggi discutendo, ma della loro stessa riforma! E così vediamo, ad esempio, i senatori Vitali, Villone, Mancino, Dentamaro, Turroni, proporre - con un loro emendamento - che l’istruzione diventi competenza esclusiva dello Stato. Il che non contrasta solo con il Titolo V vigente, non contrasta solo con la riforma che viene proposta oggi dal Governo, ma contrasta anche con ogni tipo di logica e con ogni tipo di esperienza di qualsiasi Paese occidentale. Soltanto una visione anacronisticamente giacobina e statalista può portare a ritenere che l’istruzione debba continuare ad essere diretta centralisticamente, senza tener conto dei livelli territoriali (o federali) di governo. A che cosa serve invocare il principio di sussidiarietà, se poi non appena si presenta l’occasione concreta per metterlo in pratica, tornano tutti i vecchi pregiudizi nei confronti delle capacità di autogoverno della società civile, delle Regioni, degli enti locali, in materia di istruzione scolastica? In realtà non vi è un solo emendamento proposto dall’opposizione che vada nella direzione di aumentare il grado di federalismo. Io credo che ci sia una profonda lezione che occorre trarre da tutto ciò. Se l’attuale opposizione condividesse davvero la logica federalistica da essa sbandierata alla fine della scorsa legislatura, la minoranza avrebbe dovuto approfittare di questa discussione per proporre emendamenti che allarghino ulteriormente i poteri e le competenze delle Regioni. E’ accaduto esattamente il contrairo, proprio come se l’attuale opposizione si fosse pentita di aver votato una riforma costituzionale che essa stessa giudica come “eccessivamente”federalista. L’opinione di questa maggioranza è del tutto diversa. Noi vogliamo cambiare il titolo 117 non perché esso dà troppe competenze alle regioni, ma perché non ne dà abbastanza. Alcuni interventi di questi giorni sono stati davvero inaccettabili perché intolleranti e inammissibili contro il Nord, come se questa parte così importante del Paese non avesse sempre dato non due ma dieci mani al Meridione. Secondo la sen. Dentamaro il Nord non dovrebbe neppure esistere, come se fosse un’entità senza storia né simboli suoi. E’ vero che la necessità del federalismo l’ha sentita prima il Nord, per motivi in parte storici, in parte socio- economici (motivi che sono integrati tra loro): ma questa non è, non può essere una colpa. Come si fa a considerarla una colpa? La "società del fare" padana ha ricevuto dalla politica troppi rifiuti che inducono al sospetto.... A volte non sembra ancora finito il tempo del disprezzo di Francesco Crispi che sosteneva che il Nord, in cui operava "lo Stato di Milano", doveva essere imbrigliato e controllato con una raffica di nuovi ed estesissimi poteri prefettizi. Una simile concezione centralista ed oppressiva dello Stato ha provocato un rapido disamoramento del Nord verso quel Paese unito, verso quel paese che era stato unificato proprio dal Nord, proprio grazie al Nord, con le guerre di indipendenza combattute nel Risorgimento nella Pianura Padana e con l’avventura dei Mille (i cui componenti erano soprattutto bergamaschi e bresciani). Era uno Stato creato grazie alla realizzazione del sogno romantico coltivato da una intera generazione di intellettuali e di artisti soprattutto padani (si pensi solo alle opere verdiane). E’ anche vero, però, che il disamoramento del Nord cominciò presto. E non fu solo Carlo Cattaneo, esule volontario in Canton Ticino, a dichiararsi sconfitto. Ma, nel tempo, quel disamoramento si è esteso a macchia d’olio, pervadendo di sè molti cittadini della Padania. I quali continuano a sentire l’inadeguatezza della politica centralizzata e vivono nell’ansia di dover incanalare i fermenti sociali nella modernizzazione inarrestabile, trovando come unico appoggio solo le istituzioni locali, dentro le quali lo spirito civico padano produce grandi sindaci, accademie, scuole, ordini professionali di prim’ordine. Tanti, tanti davvero. Ma è un tanto che, pur tuttavia e purtroppo, non basta. Ancora oggi al Nord numerosi luoghi comuni segnano una frattura culturale e sociale rispetto allo Stato centralista. "Meglio fare da soli, con il proprio lavoro", pensano in tantissimi. "Dal Parlamento romano non può venire niente di buono", dicono altri. O, ancora: "La politica è una cosa sporca", è il convincimento di altri. Si tratta di luoghi comuni che più facilmente e più frequentemente sono sulla bocca dei cittadini al Nord, segno evidente e palpabile del disincanto padano verso il regime centralista. In tal modo, via via è cresciuto il distacco dalla politica in un contesto nel quale era diventato più saggio “farne a meno“, perché la politica romana non interpretava né l’evoluzione economica, né l’evoluzione sociale, né le aspirazioni di giusta autonomia dei popoli, di quei popoli in particolare. Sicuramente si è trattato e si tratta di una condizione psicologica di rifiuto che, alla lunga, ha fatto del gigante economico padano un nano politico. Dopo la sconfitta del primo regionalismo (che il tentativo di Piero Bassetti non è riuscito a far decollare elevandolo e sottraendolo alla moltiplicazione burocratica); dopo che è stata svuotata la riforma decentrata del servizio pubblico radiotelevisivo con la concentrazione a Roma di tutte e tre le reti televisive, date ai partiti anziché al territorio e alle sue principali aree culturali; dopo che la riforma Visentini ha portato tutto al centro uccidendo l’autonomia fiscale dei Municipi, ebbene dopo tutto questo, le scelte centraliste hanno fatto percepire al vissuto sociale e a quello economico delle imprese, il definitivo soffocamento della creatività padana, sconfitta dalla sua impoliticità. In questo modo e in conseguenza di tutto ciò, la Padania scoprì di non potere più fare a meno della politica e io compresi che era necessario abbandonare posizioni isolazioniste e partecipare con maggiore attenzione alla vita politica del Paese. Da questo clima nacque la Lega ed il nostro programma politico fu chiaro fin dall’inizio: impegnarsi per la Riforma federalista del Paese. Non era stato possibile ottenerla e dunque, dopo tanti anni di tanta politica prendemmo atto della impossibilità di bonificare la palude. E decidemmo di non arrenderci ma di costruire la politica autonomamente. Le vicende storiche e politiche si sono snodate lungo le difficoltà che tutti conosciamo, ma io credo che il nostro intenso e profondo lavoro sia servito al paese. Ha rotto incrostazioni e ha rimesso in moto, piano a quanto vedo, il cambiamento. “Chi la dura la vince“, dice un vecchio detto popolare. E infatti negli ultimi anni il processo politico si è incamminato verso il federalismo, con i lavori della Bicamerale sfociata poi nella modifica del titolo V° della Costituzione. E adesso al titolo V° si aggiunge la Devoluzione di alcune fondamentali materie tra cui la sanità che rappresenta, da sola, l’80% del bilancio delle Regioni e che, per tale motivo, obbligherà il governo e il Parlamento ad attivare accanto al federalismo costituzionale quello fiscale. Sen. Mancino, lei martedì nel suo intervento si chiedeva, quasi in tono di sfida verso il Governo, come si potrà fare il federalismo fiscale visto che tutto il potere fiscale è dello Stato. Le rispondo subito: in realtà lo faremo grazie all’art. 119 della Costituzione che prevede che gli enti locali e le Regioni abbiamo risorse autonome, stabiliscano e applichino tributi ed entrate proprie secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Regioni ed enti locali dispongono inoltre di compartecipazione al gettito di tributi erariali riferibili al loro territorio. Mi permetto di darle un suggerimento, sen. Mancino: non dia retta agli articoli del giornale della Confindustria.... Inoltre, dopo lo spostamento al territorio delle competenze previste dalla Devoluzione, lo stimolo riformatore del Governo punterà sulle istituzioni centrali dello Stato, per ottenere una nuova Corte Costituzionale, il Senato Federale, il Presidenzialismo. Un’altra considerazione riguarda il Meridione che oggi è più favorevole al federalismo che nel passato, un Meridione che, nel dopoguerra, aveva accettato di scambiare sovranità con sussidiarietà, con sussidi. Ebbene oggi che l’Unione Europea apre ad Est e si prepara a spostare in quella direzione i suoi fondi strutturali, oggi che la torta del Nord è diventata più piccola, il Meridione ha bisogno di riprendersi la propria sovranità per difendere quanto ha costruito dal dopoguerra ad oggi. Per sottolineare il momento storico attuale un poeta direbbe che oggi alla spada di Pontida e al Leone di Venezia si uniscono i Vespri Siciliani nel chiedere, nel volere il federalismo. Dobbiamo evitare adesso che il mito del federalismo diventi un’icona della quale tutti tentano di appropriarsi solo perché spendibile sul mercato elettorale. Io vi ho fatto un discorso non da politicante, ma da uomo sinceramente convinto di tutto questo. Sta a noi tutti adesso operare al meglio per cambiare il Paese. Indietro non si può tornare. Tutto questo ha convinto la Casa delle Libertà a travolgere ogni oscurantismo, ogni menzogna, ogni strumentalizzazione per gettare copiosamente in questa legislatura il seme del federalismo. Un seme che farà più grande e più felice domani il nostro Paese. Mi sia concesso in questa occasione di inviare un particolare ringraziamento al sen. D’Onofrio che era relatore del Disegno di Legge in Commissione: in quella sede, in cinque mesi di lavoro si sono fatti 20 emendamenti. Un grazie sentito e particolare anche a tutti i senatori dell’Alleanza della Libertà, della Casa delle Libertà che certamente non faranno mancare il loro sostegno al cambiamento federale del paese. In merito al problema di un Titolo V alternativo, cioè senza le competenze concernenti, proposto dal sen. D’Onofrio, voglio dire questo: il problema non è quantitativo, ma qualitativo. La vera essenza del federalismo non è certo l’estensione dell’area di interazione tra le decisioni dello Stato centrale e quelle delle entità federate (nel nostro caso, le Regioni). Il federalismo non consiste solo nel dare nuovi poteri alle Regioni, nell’aumentare i loro bilanci o il loro personale. L’essenza del federalismo è racchiusa nel fatto che, in una serie fondamentale di questioni, le entità federate abbiano piena potestà, limitata esclusivamente dai principi generali e dai valori costituzionali. Soltanto nella misura in cui le entità federate avranno questa potestà, potrà nascere il circolo virtuoso del federalismo, che porta ad un potere più efficiente e più legittimato dal consenso dei cittadini. Là dove non è chiaro se a decidere veramente sia lo Stato o le Regioni, continueranno a perpetuarsi i vizi del centralismo. Anzi, avremo un centralismo ancora peggiore, perché non sarà visibile e verrà sottratto al giudizio degli elettori. |
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