Discorso di Ferdinando Adornato del 07/11/01 alla Camera dei Deputati

Vale la pena riportare per intero il discorso di Ferdinando Adornato, ex uomo di sinistra ed ora parlamentare di Forza Italia, in occasione delle dichiarazioni di voto ai provvedimenti per rendere operativo l'intervento militare italiano in Afghanistan:

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, mentre ci apprestiamo a decidere l'invio delle nostre truppe nel teatro bellico dell'operazione Libertà duratura, sentiamo di corrispondere appieno sia ai valori della nostra storia nazionale, sia alle necessità dell'odierna, drammatica crisi internazionale, sia alla difesa della sicurezza del nostro paese.

Il voto di oggi è per tutti un importante momento di responsabilità e di chiarezza dopo che, negli scorsi giorni, strumentalità politiche e provincialismi culturali avevano inquinato la scena. "L'Italia è retrocessa nella serie B del mondo a causa del suo Governo"; quante grida politiche e mediatiche a sinistra si sono levate in questa direzione, sorde persino ai saggi avvertimenti di Giuliano Amato. Alla fine, come era evidente, il tutto si è rivelato per ciò che era; onorevole Rutelli, non si è trattato di critiche che, tra l'altro, non avremmo difficoltà ad accettare, ma di un puro esercizio di propaganda antigovernativa che in quel momento danneggiava l'immagine del paese.

Il nostro non è un Premier dimezzato, i nostri ministri Ruggiero e Martino non sono ministri sopportati; ancora più forti invece sono oggi i nostri rapporti - e i rapporti personali del nostro Premier - con Bush, Blair, Putin e con tutti gli altri partner della coalizione. È perfino un po' grottesco vedere alcuni di coloro - per fortuna pochi - che tiravano il sasso lamentando indignati l'emarginazione italiana, nascondere oggi la mano e non volere che il paese assuma le responsabilità che gli competono per il suo ruolo nel mondo.

No! Mentre mandiamo i nostri ragazzi... (Interruzione )...sul fronte delle operazioni, noi abbiamo il dovere politico e morale di dare l'esempio... Grazie signor Presidente, dicevo che, mentre mandiamo i nostri ragazzi sul fronte delle operazioni - questa osservazione capita a proposito, signor Presidente - abbiamo il dovere politico e morale di dare l'esempio, di aprire una pagina nuova, pulita della politica e del Parlamento. Evitiamo allora nel futuro di farci tirare al guinzaglio dai corsivi di un qualsiasi giornale straniero o di farci dividere dalla prima esternazione di un mediocre politico belga. Noi, tutti insieme, rappresentiamo un grande paese perciò non mi sembra affatto retorico ringraziare qui, a nome di Forza Italia, il Presidente Prodi per come sta lavorando - anche lui spesso con mille ostacoli come il presidente Berlusconi - al fine di tenere alto il prestigio internazionale del nostro paese.

Non sempre l'Europa nel passato ha saputo recitare da protagonista sulla scena mondiale; ora dobbiamo invertire tale rotta e costruire una nuova identità del continente basata sulla forza di un'unione tra i popoli e non su un superdirettorio di alcuni, cosiddetti, Stati forti. Dobbiamo costruire ciò che definirei un nuovo patriottismo europeo. Ma come possiamo noi italiani aiutare questo progetto se non saremo fino in fondo capaci di vivere un coerente patriottismo italiano? Perciò abbiamo insistito perché si realizzassero le più ampie convergenze in tutto il Parlamento, ed è molto positivo esserci riusciti, almeno in parte.

Questa maggioranza, lungo il tempo di un conflitto che non sarà breve, continuerà a lavorare per raggiungere una maggioranza ed un'unità ancora più ampia, incoraggiata in questo dal severo e sereno conforto del Presidente Ciampi. Signor Presidente, non si sa se i nostri militari saranno chiamati a combattere, ma oggi intorno a loro deve stringersi unito tutto il paese; non si sa se saranno chiamati a combattere, ma è legittima la preoccupazione delle nostre famiglie. Di fronte a questa preoccupazione sentiamo che bisogna essere capaci di richiamare in campo i grandi valori di fondazione della nostra comunità, cominciando dalle immagini di quei ragazzi americani che nel secolo scorso attraversavano l'oceano per aiutarci a riconquistare la libertà. Molti di essi per noi persero la vita; dobbiamo ricordarlo agli italiani. A quei marines e ai nostri padri che seppero organizzare la resistenza al fascismo e al nazismo dobbiamo tutto quello che oggi abbiamo.

Quanti dei nostri ragazzi lo sanno? Quanti sanno davvero che per questa nostra grande libertà, che oggi sembra loro naturale, molti dei nostri padri hanno sacrificato la vita? A quanti dei nostri figli abbiamo saputo ricordare che nulla nella storia è conquistato una volte per tutte? Insomma, se abbiano insegnato loro quanto vale un golfino Armani o il piede di un calciatore, abbiamo saputo anche insegnare quanto costa la libertà? Ma c'è da chiedersi anche qualcosa di più. C'è da chiedersi quanto un assurdo, ma assai esteso antiamericanismo abbia finito per colpire al cuore proprio i valori di fondazione della civiltà liberale.

Non basta allora un voto in Parlamento! C'è una grande opera di educazione culturale che le classi dirigenti debbono intraprendere. Quanta confusione c'è ancora, ad esempio, sui concetti di pace e di pacifismo. Ricordiamo tutti come negli anni '80 vaste correnti di pacifismo, di fronte alla minaccia di missili sovietici, coniarono con macabro successo lo slogan "meglio rossi che morti": quattro parole che rovesciavano secoli di pensiero liberale e anche di pensiero della sinistra, che avevano insegnato a tutti che è meglio morire piuttosto che vivere in schiavitù. I nostri padri, infatti, sono morti per non vivere in schiavitù.

Sono d'accordo con lei, onorevole Fassino, la pace è un valore supremo, ma essa non può vivere disgiunta dal più prezioso dei beni dell'uomo, la libertà! La totale assenza di conflitto, infatti, può essere garantita anche da una dittatura universale. Del resto, se l'umanità non avesse reagito ad Hitler - già lei lo ricordava - i morti sarebbero stati molti, molti di meno, ma le nostre terre, sotto il dominio nazista, sarebbero state popolate solo da morti viventi e secoli della nostra storia sarebbero crollati in un attimo proprio come le torri gemelle.

Per questi stessi principi, per la nostra sicurezza personale e di nazione, in nome dei grandi ideali che hanno costruito la nostra civiltà, per quella stessa libertà che ha fondato la nostra Repubblica, noi oggi scendiamo in campo a fianco degli Stati Uniti, sotto le bandiere di una coalizione dell'umanità che combatte i terribili crimini che contro di essa si rivolgono, che si rivolgono contro l'Occidente, come contro l'Islam. È ora di fare chiarezza, forse, anche sul nostro rapporto con le altre civiltà. Tra noi non c'è alcuna divisione in ordine all'esigenza di rispettare l'altro, di dialogare con tutti e con tutti di essere ospitali. Non è questo il punto!

La verità è che, negli ultimi decenni, la cultura occidentale ha lavorato molto su una delle due facce della nostra medaglie di valori, l'esaltazione del dialogo, della tolleranza, del rispetto per tutte le culture e le religioni e ha fatto bene! Ma ha colpevolmente trascurato, per un immotivato senso di colpa, l'altra faccia, l'affermazione della propria identità, la passione per la propria cultura e per le proprie tradizioni.

Noi, onorevole Bertinotti, non possiamo far finta di essere arabi. Una faccia della medaglia che ricordavo senza l'altra non regge perché senza amore per la propria identità non è possibile alcun vero dialogo. Ama il prossimo tuo come te stesso; se anche Gesù non ha detto più di te stesso, qualche ragione dovrà pur esserci .

Guardiamoci allo specchio, cari colleghi; di fronte alla grande capacità di credere, esibita dalla nazione americana, pure colpita da un'incredibile dolore, nelle terre d'Europa più facilmente oggi si avverte paura, scetticismo. Sono le conseguenze di un nichilismo strisciante che, sfruttando la diffusione del benessere ci suggerisce che per nulla vale la pena di battersi e di rischiare se non per se stessi, che in alcun Dio vale la pena di credere, che perfino la nostra coscienza è il nulla, fino all'algida scelta di non fare più figli, la più grande testimonianza della caduta dell'amore e della speranza. Se questa malattia, che ha già in parte corroso l'Europa, si estendesse ancora di più davvero gli uomini che hanno colpito le Twin Towers avrebbero vinto e a poco servirebbero, a quel punto, i nostri golfini griffati ...(Interruzione)...È un'intolleranza che conosco, ma credo che bisogna reagire con la tolleranza e con l'amicizia.

Ecco perché ci sono sembrate assai ambigue le parole d'ordine della marcia Perugia-Assisi. Non si può proprio dire: né con Bush né con Bin Laden. Abbiamo condiviso lo stupore di Massimo D'Alema quando ha osservato che in quel corteo non si sentivano slogan contro il terrorismo. Ma allora perché andare a quella marcia? Per gli stessi motivi non comprendiamo fino in fondo le polemiche sulla manifestazione del 10 novembre. Si è detto che dividerebbe il paese: e perché mai? È la sinistra, purtroppo, ad essere divisa su questo argomento, non l'Italia, che, nella sua stragrande maggioranza, è solidale con gli Stati Uniti d'America.

Noi saremo a Roma a due mesi da quell'orrore, che abbiamo ancora negli occhi, per ricordare e per testimoniare, anche in pubblico, la fede negli ideali della democrazia e non per sostenere le bombe, onorevole D'Alema. Saremo lì, ad esempio, anche per dire che le armi non bastano, che questo è anche il momento della grande politica, nel quale, ad esempio, bisogna imporre quel piano Marshall per la Palestina lanciato dal Presidente del Consiglio Berlusconi e sul quale l'Italia incontra grandi consensi. Certo, sarà una manifestazione di parte: dalla parte del popolo americano. Essa non è fin dall'inizio una chiusa manifestazione di partito: del resto, non è stata lanciata dal Governo, né da qualche partito, bensì da un giornale. Si tratta quindi di un'iniziativa che proviene dalla società civile. Vi è allora soltanto un modo per superare ogni polemica, e lo dico sinceramente: aderite anche voi, con le vostre bandiere.

Venite a rappresentare l'unità del popolo italiano intorno agli Stati Uniti d'America. È la semplicità che è difficile a farsi, come diceva Brecht; tuttavia, è la semplicità che ci chiede il paese. Clinton e Gore, nonostante le feroci polemiche elettorali, non hanno esitato nel dire: oggi siamo tutti insieme con Bush! È quello che dobbiamo fare anche noi, a partire da oggi: anteporre a tutto l'interesse nazionale. Fare politica significa sapersi dividere, ma significa anche sapersi unire sui valori di fondo di una comunità! Significa anche patriottismo, quel nuovo patriottismo che l'Italia pretende e per il quale noi non smetteremo di batterci in questa Aula e nel paese .

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