Su Luigi Pintor

L'editorialista del Manifesto rappresenta quel 7% della popolazione italiana, che hanno a cuore il dominio politico di un élite di individui sull'intero popolo, che amano uno statalismo che reprime qualsiasi ego individuale, che adorano i regimi dittatoriali, spacciati per paradisi terrestri.

Il suo ultimo sforzo dialettico ha occupato e violentato il senso ed il significato di parole come giustizia e democrazia, come libertà e autodeterminazione.

Leggiamo increduli: "La più grande potenza militare della storia ha avuto ragione non di un dittatore e di un regime ma di un popolo mille volte più debole."

I dati e le cifre fino ad ora dimostrano come la guerra all'Iraq sia stato il conflitto armato meno sanguinario della storia in rapporto ad un regime che domina un territorio da oltre 35 anni. I dati sono ancora da chiarire e da verificare, ma tutto fa pensare, che nonostante la tragedia, la guerra non abbia prodotto quel "MASSACRO" tanto caro al giornale comunista, sul quale Pintor scrive.

Leggiamo ancora: "Chiamatela vittoria ma non le somiglia, la vittoria ha un altro volto." La vittoria, infatti, non ha il volto di una statua di un criminale coperta da una bandiera a stelle e strisce, ma quello di una donna che consegna un fiore ad un marine, quella di un padre che con il proprio figlio in braccio sale su di un carro armato alleato, quello di un bambino che bacia un soldato, quello di un vecchio, il quale ha visto la propria famiglia sterminata da un criminale, che prende a "ciabattate" il volto di Saddam.

Torna nelle parole di Pintor il fantomatico IMPERO che lui, Negri, Casarini ed altri devono ancora spiegarci cosa vuol dire: "L'avversione dell'opinione mondiale a questo stato di cose e i movimenti che ne derivano continueranno ad avere gran peso, anche se una guerra è finita, perché la strategia che l'ha prodotta è di lunga durata. Ma questa avversione non sarà risolutiva finché non contagerà il cuore dell'impero, finché l'opinione americana non sarà capace di una rigenerazione democratica oggi affidata a una sua parte generosa e consapevole e però minoritaria."

L'IMPERO per Pintor e i suoi compagni è il non-essere del comunismo, è il nichilismo della loro essenza, è la mancanza di dominio, di cui loro sono infarciti.

L'IMPERO è, per questi, tutto il mondo reale, è l'egoismo ineluttabile, è la libertà di autodeterminazione, è il desiderio, è l'ambizione alla serenità dell'individuo, è il sano volere, è il naturale possedere, è la felicità del bisogno.

Per il 7% di nostri concittadini l'IMPERO è il male di essere liberi, contro il bene di essere dominati, statalizzati, controllati.

Per questo 7% il mondo dovrebbe essere retto da un élite che controlla i mezzi di produzione e le risorse del pianeta e ridistribuisce egualmente a tutti, senza, però, considerare la natura dell'essere individuo, senza considerare la diversità dell'esserci nel mondo, senza considerare la possibilità di critica a quell'élite, e, soprattutto, senza considerare che il mercato di oggi è l'individuo.

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