2 marzo, in memoria di un criminale

Il 2 marzo un partito italiano, fortunatamente senza rappresentanza parlamentare, festeggerà i 50 anni dalla scomparsa di Stalin.

Il partito marxista-leninista (PMLI) con il patrocinio del comune di Firenze ricorderà la morte di uno dei più grandi dittatori della storia. Stalin è senza dubbio da considerare come un dei più grandi criminali della storia dell'umanità se si considera la lunghezza e l'efferatezza della sua dittatura.

Dal 1928 al 1953 anno della sua morte perpetuò una tra le dittature più sanguinarie della storia dell'umanità. Non solo represse nel sangue tutte le insurrezioni proletarie e contadine, ma condannò a morte certa centinaia di migliaia d'individui, immolati nelle nascenti fabbriche industriali. Non fu il mondo occidentale o La-politica.net ha denunciare cosa rappresentò Stalin per i russi, ma fu il XX Congresso del P.C.U.S. (1956) nella persona di Chruscëv a denunciarne i crimini, gli errori e le deviazioni, dando il via al processo di "destalinizzazione".

Bastarono, quindi, tre anni a condannare la politica di Stalin, il quale più che maestro del popolo, come ci indica il PMLI, fu un assassino del popolo, uno sterminatore di contadini e d'operai.

Purtroppo non sono bastati 50 anni ad un gruppo d'italiani per comprendere come Stalin rappresentò la deviazione nazista e fascista del potere politico, intesa come dominio ideologico del pensiero individuale.

Omaggiare la figura di Stalin significa perpetuarne idealmente i crimini, e soprattutto perpetuare in una strada di dominio oppressivo dell'individuo, di offuscamento delle libertà individuali, di annullamento della speranza di autorealizzazione psico-fisica dell'uomo.

Infine, invitiamo il lettore a consultare il web site di tale partito www.pmli.it per rendersi conto della devianza culturale che affianca Marx a Lenin, Stalin e Mao. La verità della filosofia marxista è distante mille miglia dalle applicazioni socio-politiche leniniste e staliniste. Lenin, Stalin e Mao perpetuarono crimini contro l'umanità, emanciparono solo la loro elité oligarchica reprimendo nel sangue tutte le aspirazioni proletarie e contadine.

Nella sua prassi il comunismo ha ampiamente dimostrato la sua inapplicabilità come modello socio-politico, in quanto riduce l'uomo ad un pensiero unico, ad un'identificazione con lo Stato. Questa identificazione non rappresenta, però, un'appartenenza a valori condivisi, ma un annullamento nel potere politico, il quale è sempre detenuto da una piccola e ristretta elité.

Tutto ciò fa del comunismo pratico tutt'altro che un potere del popolo, ma un oligarchia con connotati d'amministrazione dogmatica religiosa, essendo oggetto di venerazione non già un dio, quanto lo Stato nel suo identificarsi in un individuo.

In definitiva anche noi festeggeremo il 2 marzo, non già innalzando un criminale a maestro, ma riflettendo su quanta strada resta ancora da fare per condurre il popolo al governo di se stesso, scopo ultimo delle vere democrazie.

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