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Giustizia e buffoni Riprendono i girotondi e lo fanno nel peggiore dei modi, invitando Piero Ricca, il contestatore che al tribunale di Milano ha dato del "buffone" al Presidente del Consiglio. Il Ricca avrà un posto d'onore nel movimento fondato da Nanni Moretti, comunicato da Furio Colombo e imbarbarito da "Pancho" Pardi. Questa notizia ci riempie di profonda tristezza, in quanto da tempo cerchiamo di rivendicare per il bene del paese il rispetto dei suoi valori e delle sue cariche. La critica anche dura al premier è legittima, ma il dare spazio alle offese gratuite è immorale ed ingiusto. Immorale,quindi, che si dia spazio ad un cittadino che ha augurato ad un suo concittadino di fare "...la fine di Ceausescu", cioè di aver un processo sommario e di essere fucilato. Queste offese sono ingiuste e soprattutto non meritano di albergare in una nazione dove regna libertà e democrazia per tutti. Quindi è decisamente paradossale indire girotondi per difendere la giustizia e contemporaneamente calpestarla offrendo ospitalità ad un individuo, che ha mancato di rispetto non a Silvio Berlusconi, ma ad un rappresentante dell'Italia. Non sembra nemmeno praticabile da parte dei girotondini la strada dell'occhio per occhio, in quanto tutti i provvedimenti, che il governo ha preso in materia di giustizia sono stati perfettamente legali, firmati dal Presidente della Repubblica e superato il vaglio della Corte Costituzionale. Purtroppo Moretti and Co. hanno un vago senso dello Stato ed un interpretazione tutta propria della Costituzione, che non solo conferisce alla Magistratura una subordinazione al Parlamento come rappresentanza del popolo sovrano, ma invita al pieno rispetto dei ruoli. Tale subordinazione è individuata dalla comparazione dell'Art. 71 e l'Art. 101 della Costituzione (n.b. esposti a piè di pagina) La Costituzione invita il legislatore a legiferare ed il magistrato ad eseguire, impedisce cioè indirettamente al magistrato, strumento e funzione dello Stato, di esprimere opinioni sull'operato del legislatore. Il magistrato non è un semplice cittadino, libero di esprimere qualsivoglia opinione politica, ma è delegato all'amministrazione del diritto e delle legge. In sostanza il magistrato è atto di legge non potenza d'espressione circa la legge. Se vuole commentare una legge o i provvedimenti del legislatore deve necessariamente togliersi la toga, diventare comune cittadino. Questa è la vera anomalia della giustizia in Italia, il fatto cioè che il magistrato si sente un cittadino come gli altri, libero di esprimere giudizi politici. Tutto ciò è assurdo alla luce del fatto che la quasi totalità dei magistrati italiani è contrario ad una riforma in chiave di elezione popolare dei magistrati, ma quasi tutti si comportano come se fossero stati eletti da qualcuno a rappresentare opinioni sulla giustizia. Quindi, mancando tale rappresentanza, non potrebbero criticare tutti i giorni i provvedimenti del governo, non potrebbero indire scioperi, non potrebbero, a nostro avviso, nemmeno associarsi, perché la magistratura non è una professione, che deve tutelare degli interessi propri. Sono all'ordine del giorno sentenze, al cui interno i magistrati non si accontentano di condannare od assolvere un imputato (il più gravoso compito nella società), ma ricercano il giudizio morale, l'opinione politica, la via etica o quant'altro. La nostra Costituzione non prevede tutto ciò, non prevede cioè che un magistrato si comporti come un politico o come un legislatore. Tutto ciò per una semplice ragione: il diritto è nel suo legiferare opinione, ma nella sua esecuzione verità. Solo il legislatore o il cittadino, che elegge i suoi rappresentanti, può opinare la legge e i regolamenti di legge, il magistrato non può farlo, perché è colui che esegue in atto una legge. Colui che ha la più grande responsabilità nello Stato: privare o meno della libertà un individuo in nome della legge. Invitiamo
il lettore e tutti i magistrati a riflettere sui seguenti articoli della
Costituzione: Art. 48 Il voto è personale
ed eguale, libero e segreto |
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