La sentenza Andreotti

E' stata depositata la sentenza di condanna a 24 anni di carcere per Giulio Andreotti.

Il contenuto rappresenta la quintessenza di ciò che da anni andiamo dicendo: non è possibile condannare un uomo per un teorema indiziario per quanto legittimo e giusto possa essere.

Nella sentenza non vi è una prova, non un documento, non un arma, non un dato scritto che collega Andreotti all'omicidio Pecorelli.

Non è più possibile che un magistrato scriva legittimamente "Andreotti aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie scottanti o le pubblicasse comunque in maniera addolcita”.

Non è più consentito che si condanni un individuo perché un tizio a saputo da Caio, che Gino gli ha detto una confidenza di Pino.

Il diritto non può godere di una "interpretabilità" così alta.

I magistrati legittimamente esprimono teoremi indiziari il cui unico riscontro è la testimonianza di un pentito e di una serie di circostanze, ma non gli dev'essere consentito di condannare un individuo senza che scaturisca una prova oggettiva.

Dev'essere eliminata l'esclusiva valenza probatoria della testimonianza.

Oggi è legittimo che i magistrati scrivano: ''Se Bontate e Badalamenti hanno programmato di eliminare lo scomodo giornalista in uno scenario politico alquanto torbido, lo hanno fatto a seguito di un'esplicita richiesta di un'entità politica riconducibile all'imputato Andreotti”.

Tutto ciò, però, è contro la libertà e giustizia, perché a tale dichiarazione non vi è un riscontro oggettivo.

"Oggettivo" significa ciò che percepiscono i sensi, è verità tolta da ogni ragionevole dubbio.

Libertà e giustizia esigono l'oggettività della condanna. Per quanto sia legittima la sentenza che condanna Andreotti, manca d'oggettività, manca il "mancamento" del dubbio.

Parlare di "...un'entità politica riconducibile all'imputato Andreotti” come ideatore di un omicidio è qualcosa di soggettivo, pieno di dubbio e teoretico.

La sentenza di condanna dovrebbe essere oggettiva, senza dubbio e pratica.

La crisi che la giustizia attraversa da sempre, non da oggi ne da ieri, è dovuta al fatto che il diritto italiano concede troppa interpretabilità ai magistrati.

La condanna di Andreotti è l'esempio di tutto ciò.

Il processo si è sviluppato esclusivamente su varie testimonianze di pentiti e sull'attività giornalistica di Pecorelli, ma mai è emersa una relazione "oggettiva" tra Andreotti e l'omicidio.

Il fatto che Andreotti potesse avere un interesse nell'omicidio di Nino pecorelli potrebbe essere legittimo pensarlo, ma non lo è fattivamente, perché manca qualsiasi prova oggettiva.

Non vi sono esecutori materiali, non vi sono documenti, registrazioni, filmati, scambio di denaro, o quant'altro possa considerarsi come prova oggettiva.

Il parlamento deve necessariamente riformulare il codice penale e il codice di procedura in chiave di oggettivazione della prova. Non è possibile rinviare a giudizio un individuo per un teorema per quanto legittimo o corretto sia.

La giustizia non esige teoria, ma pratica, non vuole il soggetto, ma l'oggetto.

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