Il nuovo magistrato...

Alla fine è sciopero. L'associazione nazionale magistrati ha scioperato il 20 giugno scorso. Nonostante i forti contrasti, anche tra i magistrati, lo sciopero tanto criticato dal Capo dello Stato è stato realizzato.

La maschera è tolta, lo sciopero è politico. La maggioranza dei magistrati ha dichiarato la sua politicità, il suo volere contrapporsi da pari a pari a chi le leggi le deve fare, perché ne ha un mandato popolare.

Il vero problema, però, non è sulle questioni di merito (scuola, separazione carriere, C.S.M.), ma sull'aspetto istituzionale dell'Italia. Fino al 13 maggio la politica italiana aveva una scarsa rappresentatività, le maggioranze sopravvivevano con scarti di pochi parlamentari rispetto alle opposizioni.

Tutto ciò creava un vuoto di potere, che ha consentito uno squilibrio tra le varie fondamentali componenti dello Stato.

Oggi tutto è cambiato il governo e la sua maggioranza gode di ampia rappresentanza ed ha il dovere di attuare il suo programma.

Non è in discussione il fatto che tale programma e le azioni del governo siano criticabili, ma non è permesso che si usi la minaccia e l'intimidazione come armi oppositive.

I magistrati sono funzionari dello Stato, il loro compito è far rispettare le leggi, il loro compito non è farle o combatterle.

Questo sciopero è immorale sia per la sua genesi che per i suoi scopi. I magistrati non sono cittadini come gli altri, perché hanno il più grande potere che uno stato di diritto possiede: il giudizio sulla vita esperienziale dei cittadini.

Se la maggioranza dei cittadini, rappresentata dalla maggioranza parlamentare, ritiene che bisogna modificare delle regole e delle leggi, il buon magistrato deve essere come Garibaldi davanti al re e pronunciare solo una parola: "Obbedisco"

Tutto ciò non significa che i magistrati e la sua associazione non abbiano titolo alla critica e alla discussione. Tutt'altro: è un dovere per un magistrato indicare al politico, al ministro, al governo le sue osservazioni, i suoi giudizi e le sue critiche.

Non può, però, nella maniera più assoluta opporsi al potere politico, perché ne deve essere essenzialmente secondario, per il semplice fatto che un giudice rappresenta, ma non è rappresentato.

Se un magistrato ritiene che il governo sbaglia e non si accontenta solo di dirlo, ha un'unica strada percorribile: abbandonare la toga ed entrare in politica.

Tutte le altre strade compresa quella dello sciopero sono contro lo Stato e contro i cittadini.

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